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Lo “scandalo” PayPerPost

L’idea di PayPerPost è piuttosto semplice: avete un blog di successo? Volete guadagnare dai 5 ai 10 dollari a post? Recensite un prodotto segnalato da noi e incasserete dollaroni sonanti. Ora, io non sono certo tra coloro che si battono in difesa di una malintesa purezza di blog, eppure sento lezzo di scandalo. E non sono il solo: secondo Cnet, ci troviamo di fronte ad una “cosa molto, ma molto brutta“, mentre per Business Week l’iniziativa rischia di “inquinare la blogosfera“. Il vero problema riguarda la natura dell’accordo e di come questo possa minare la credibilità dei blogger: quando Hugh Macleod ha invitato la blogosfera a recensire del vino, ha chiesto semplicemente di parlarne, bene o male che fosse. Qui si pagano i blogger esclusivamente per parlare bene di un prodotto, con un redattore che poi controlla e decide se pagare o meno il blogger. Cosa ancora più grave, i blogger non sono tenuti a spiegare che dicono ciò che dicono perchè pagati. La domanda che rivolgo a PayPerPost è: perchè ciò che è semplicemente improponibile per un giornalista, dovrebbe invece andare bene per un blogger?

UPDATE: Blogs4biz intervista il CEO di PayPerPost Ted Murphy

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lug  06
3
alle 08:49
da Alessio Jacona

Ultimo commento:

di teknux il 01/1/70

innanzi tutto mi fa piacere che il mio *appunto* abbia ricevuto altri contributi. vorrei anche *t...


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5 Commenti to “Lo “scandalo” PayPerPost”

  1. teknux dice:

    senza provocazioni nè polemiche, ma credo che quell’*improponibile* dei giornalisti è statisticamente basso, è un fenomeno che vediamo quotidianamente.Probabilmente nella Rete è più facile uscirsene pubblicamente con questa offerta perchè vale il discorso: “tanto qualcuno disposto lo trovo e non è facile individuarlo nel mare dei blog”.
    In TV non verranno mai a dirti esplicitamente che al TG2 il loro cosìddetto “fenomeno musicale/cinematografico/letterario del momento” (magari presentato da un accomodante e paffuto Mollica) è semplicemente pubblicità ben retribuita :P
    magari è palese, ma non è ammesso dirlo.

  2. sol dice:

    condivido la disillusione rispetto al giornalismo italico.
    non lenisce però lo sdegno per un fenomeno che dimostra ancora una volta come si possa pensare di comprar tutto.
    perchè tutto è in vendita.
    purtroppo è, come ben scrivi, un problema di coscienza.
    a trovarne. coscienze. che si fan problemi.
    A.

  3. Anonimo dice:

    carissimi,
    non starò qui a difendere la professionalità dei miei colleghi, tanto meno la loro verginità. Mi aspetto tuttavia che non si banalizzi nè generalizzi. Ci sono delle regole, in molti le seguono, qualcuno sgarra e infanga un’intera categoria. Ma, quantomeno, non può farlo alla luce del sole, ricorrendo tranquillamente ad una pratica come quella proposta da PayPerPost senza che nessuno abbia a dirgli che è un’indecenza e lo butti fuori dall’Albo. Quello che mi disturba è che una cosa “teoricamente improponibile” (va bene così?) ai giornalisti, ovvero la pubblicazione di “redazionali” presentati come articoli veri e obiettivi, venga allegramente proposta come modello di business a chi giornalista non è ma, in un modo o nell’altra fa o veicola informazione. E ancora: si discute ogni giorno dell’attendibilità della blogosfera. Se il modello PayPerPost dovesse affermarsi, questa discussione non avrebbe più alcun senso. Credo il problema vero sia questo, e non se esistono o meno le “marchette” nell’informazione. Specie in quella nostrana.
    A.J.

  4. carlo dice:

    Io trovo positivo che qualcuno abbia messo concretamente in discussione, offrendo dei soldi, la presunta “superiore affidabilità” della blogsfera rispetto al sistema dell’informazione tradizionale. I blog sono un nuovo media, non sono un media come gli altri, ma non sono la “rivoluzione” come qualcuno crede davvero. Finiranno prima o poi integrati nel sistema e la mossa di payperpost lo dimostra. Insomma siamo solo all’inizio di un processo di assorbimento del fenomeno. C’è una differenza per: i blog sono miliardi e non sono mossi solo (come capita ai giornali) da logiche economiche. Questo loro grande numero e diffusione ne fa degli strumenti di libertà che ognuno di noi ha oggi in mano. Venderli al miglior offerente è un problema nostro. Insomma, dipende da ognuno noi se vogliamo restare liberi o meno.

  5. teknux dice:

    innanzi tutto mi fa piacere che il mio *appunto* abbia ricevuto altri contributi. vorrei anche *tranquillizzare* yoriah riguardo il mio giudizio sui giornalisti: non voglio assolutamente fare di tutta l’erba un fascio, anzi, anche mio padre fa parte della categoria dei giornalisti e lo stimo per la sua coerenza e correttenza, mi è fin troppo facile presumere che non sia il solo, più difficile è immaginare che faccia parte della *maggioranza*, riferendomi a criteri di visibilità rapportata ai *vecchi* media :P

    Sono d’accordo con Carlo quando dice che i blog, per forza di cose, verranno *integrati nel sistema*, in parte già avviene ora con l’offerta (esasperata?) di spazi gratuiti dove scrivere ciò che si vuole. una volta erano pochi e presumibilmente di qualità, voci in controtendenza rispetto ai mezzi di informazione tradizionali. Saturando l’offerta diventa più difficile trovare quello che si cerca (banale :P). Di positivo c’è che si ha a che fare con più punti di vista ;)
    Infine sono d’accordo anche con Sol quando dice che certa gente è convinta di poter comprare tutto, il problema è che *è già troppo poter comprare molto* :) e naturalmente il bacino nella quale pescare cresce inarrestato.

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