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Nasce Andreessen Horowitz, Venture Capital americano da 300 milioni di dollari
In tempi di crisi, di tagli al personale e di cordoni della borsa ben chiusi, la nascita di un nuovo Venture Capital, seppure Oltreoceano, merita di essere riportata. Se poi il capitale iniziale è di 300 milioni di dollari e la mission è investire in qualsiasi cosa abbia a che fare con computer e software, allora la cosa inizia davvero a diventare interessante. Quel che è che certo è che Marc Andreessen and Ben Horowitz, sostanzialmente i due creatori della nuova entità che da loro prende il nome, hanno intenzioni assai bellicose. Dalle dichiarazioni dello stesso Andreessen si evince infatti che il nuovo VC avrà facoltà di investire da 50mila a 50 milioni di dollari in “business at early-stage, venture-stage, and late-stage”. Chiaro fin da subito anche in cosa la Andressen Horowitz non intende investire: non un soldo finirà in “clean, green, energy, bio, nano, medical devices, electric cars, rocket ships, space elevators” spiega infatti Andressen non senza un filo di ironia. Infine un’annotazione che potrebbe interessare anche chi agisce dalle nostre parti: Nell’intervista di presentazione del nuovo VC sempre Marc Andressen ha infatti detto che, sebbene la loro attività sarà focalizzata primariamente nella solita Silicon Valley, lui e Ben Horowitz sono pronti a investire ovunque ce ne sia bisogno.
Se avete qualche buona idea da proporre, siete stati avvertiti.
da Alessio Jacona
Stati Uniti, Bing guadagna consensi
Nonostante la rete pulluli di commenti sarcastici (come questo) sulla scelta del nome, il nuovo motore di ricerca targato Microsoft sembra guadagnare rapidamente consensi tra gli utenti americani. Una ricerca appena pubblicata da Comscore rivela infatti che, nei giorni che vanno dal 25 maggio al 12 giugno, la quota percentuale di ricerche fatte con Bing è passata dal 9,1 al 12,1 per cento, recuperando ben tre punti percentuale sulla concorrenza in poco più di due settimane.

da Alessio Jacona
Web2.0 e crisi economica, quanto rischiano i venture capitalist americani?
Un paio di giorni fa scrivevo di Terre Desolate e crisi della new economy mentre, contemporaneamente, mi domandavo che aria tirasse dalle parti del venture capital americano.
Pensavo insomma che, dato un periodo economico assai difficile e pessime previsioni per il 2009, i finanziatori d’oltreoceano vivessero ore di terrore al pensiero di poter perdere le ingenti somme investite in svariate startup 2.0.
Oggi scopro invece che, tutto sommato, mi sbagliavo: me lo conferma Nicholas Carlson (Silicon Alley Insider) il quale si è posto lo stesso problema, ha identificato quali sono i 20 venture capital più esposti in investimenti sul web2.0 (qui l’elenco con i dettagli), e ha scoperto che la somma totale investita non supera i 726 milioni di dollari.
Una cifra a ben guardare modesta che, ricorda giustamente Carlson, non documenta tanto le “braccine corte” dei VC d’oltreoceano quanto, al contrario, il fatto che investire sulla nuova rete costi poco.
Nonostante i rischi e le avverse condizioni economiche, insomma, il gioco sembrerebbe valere la candela.
Peccato che qui non se ne accorga nessuno.
da Alessio Jacona
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di Crisi e Web 2.0 | I have an iDEa! il 01/1/70
USA, gli utenti preferiscono internet ai giornali
Prima o poi doveva accadere: è successo (ovviamente) in America, dove Internet ha infine superato la stampa tradizionale nella speciale classifica delle fonti di notizie nazionali ed internazionali più gettonate dal pubblico.
Lo rivela uno studio appena pubblicato dal serio ed attendibile Pew Research Center, le cui conclusioni sono il frutto di 1.489 interviste condotte all’inizio di dicembre:
Currently, 40% say they get most of their news about national and international issues from the internet, up from just 24% in September 2007. For the first time in a Pew survey, more people say they rely mostly on the internet for news than cite newspapers (35%). Television continues to be cited most frequently as a main source for national and international news, at 70%.
Da notare anche che il primato della televisione, ancora saldamente i testa alla classifica dei media preferiti oltreoceano, viene praticamente annullato quando l’età degli intervistati scende sotto i 30 anni:
Nearly six-in-ten Americans younger than 30 (59%) say they get most of their national and international news online; an identical percentage cites television.
Difficile non chiedersi che risultati si avrebbero se qualcuno ripetesse la stessa ricerca anche in Italia.
Qualcuno si offre volontario?
da Alessio Jacona
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di FolleRumba il 01/1/70
Stati Uniti, condanna esemplare per blogger ricattatori
In passato su questo blog si è documentata puntualmente la parabola della discussa (e discutibile) azienda nota come Pay-Per-Post, nota per offrire ai blogger denaro in cambio di recensioni (purché positive) su aziende, servizi, prodotti.
Più pericolosa di una metastasi, pay-per-post è l’esempio più lampante di come si sia fino ad oggi provato a comprare i blogger, e di come quest’operazione venga sistematicamente ostacolata da un sistema che tende a bilanciare se stesso (la blogosfera), espellendo o comunque spingendo ai margini coloro che tentano di barare e rischiano di minarne reputazione e credibilità .
Sono cose belle, ma mi sembra giusto anche ricordare (e documentare citando i fatti) che non c’è solo l’azienda “cattiva” che cerca di corrompere il blogger, ma anche il blogger che si trasforma in estorsore e ricatta l’azienda.
La storia in questione risale al 2005, ma se ne riparla oggi perché finalmente una giudice americana ha emesso sentenza definitiva sul caso. Sentenza che riconosce a Billy Walters, titolare della Las Vegas golf course, 9 milioni di dollari come risarcimento per compensare l’estorsione perpretata da alcuni blogger di Travel Golf Media.
Nel dettaglio, Walters aveva citato in giudizio i bloggers sostenendo che questi avevano minacciato di scrivere peste e corna dei suoi corsi di golf se egli non avesse sottoscritto un nuovo (e più costoso) contratto di advertising con Travel Golf Media.
Peggiori dell’accusa, mi sembrano le scuse avanzate al momento della denuncia da Robert Lewis di Travel Golf Media: all’epoca questi si giustificò sostenendo di aver “contenuto” le recensioni negative sull’azienda di Walters finché il contratto pubblicitario era stato in essere, salvo poi aver “sciolto le briglie” ai suoi blogger quando il rapporto commerciale tra le due aziende si era concluso. Alla faccia della serietà e della correttezza professionale.
Oggi il giudice ha dato ragione (e parecchi soldi) alla Las Vegas golf course. Ogni ulteriore commento mi sembra superfluo.
da Alessio Jacona








